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The Thick White Puke

Seduta davanti allo specchio davo secchi colpi di tosse compulsivi, involontari e mi carezzavo il collo, custode di una gola perversa e ambita. La ballata in sottofondo contrastava con la mia aria sfatta, provata. "Sembro una troia in camerino dopo il suo numero" pensai. E che numero, quello che stavo ricordando...
Ripensai a quando avevo trangugiato due tazze intere di sborra, riempite dai miei vicini spagnoli. Sì, avevo invitato ben sei cazzi nel mio appartamento, d'impulso. Non si erano fatti pregare, gli sfacciati.
Erano arrivati nel pomeriggio, ed avevamo continuato a fare sesso fino alla notte, senza fretta. Ci capivamo senza parole: avevano inteso subito che sarei andata solo di bocca.
Gliel'ho succhiato, dio mio, come una disperata! Avevo fame e sete, gemevo come una puttanella alla sua prima minchia. Senza discutere i miei ordini, si sono svuotati le palle nelle ciotole, ripetutamente. La mia figa faceva male: si era gonfiata fino a non esser quasi più un buco. E il suono, quel suono di seme denso che spruzzava sulla ceramica, non potrei mai scordarlo...
Iniziai a leccare le tazze piene di sperma, sentendomi cagna ma non abbastanza appagata. Così, guardando il più maschio di loro, che mi ricambiò con un sorrisetto ironico, iniziai a bere nel vero senso della parola. La mescolanza del loro succo era così piena di vita, sapori, odori e... grumi. Ingoiavo spermatozoi come un assetato nel deserto sorbirebbe il primo liquido trovato.
Alla seconda ciotola il mio nettare preferito iniziò ad esser troppo persino per me. Una lieve nausea mi provocava dei rutti soffocati, ma continuai a ingozzarmi di sbobba bianca. I pivelli ridevano con disprezzo, come di fronte a un fenomeno da baraccone. Per loro non valevo niente, ed iniziarono a prendermi per i capelli e spintonarmi la faccia sulla tazza, finché la mia faccia fu coperta di sperma. Ripreso fiato, li guardai dal basso e finii di trangugiare tutta la loro eiaculazione, d'un colpo come fosse tequila. Non riuscii ad evitare che me ne scivolasse un po' dagli angoli della bocca. Ma soprattutto, il mio stomaco iniziò a contrarsi ritmicamente.
Non credevo che la sborra potesse mai essere troppa per me, eppure il peggio accadde. Vomitai il loro latte biancastro sul tappeto, a fiotti. Lo sentivo scorrere dalla mia bocca come uno zampillo intermittente. Le loro risate si tramutarono in mormorii di disapprovazione, ed uno di loro mi calciò persino. La mia figa era ancora più dolorante per l'eccitazione di essere in una situazione così umiliante. Continuai a rigurgitare senza ritegno, come con un senso di liberazione. La percezione del mio riflesso faringeo mi faceva sentire viva e indegna. Mentre rigettavo rumorosamente, vidi che uno di loro se lo menava per farlo tornare duro; non gli dispiaceva la mia oscenità, dopotutto.
Quando avevo ancora il fiato corto e lo stomaco contratto da far male, mi strattonò per i capelli ed iniziò a cacciarmi in gola quel suo bastone ricurvo e pieno di vene sporgenti. Nonostante i conati di vomito, provai un piacere infinito a lasciarmi ficcare quella nerchia così a fondo. Ero allagata e la sborra rappresa sulla mia faccia e sui miei capelli mi faceva sentire disgustosa, perciò desiderabile da quegli stronzi, malati mentali almeno quanto me. Uno dopo l'altro, mi violentarono l'esofago, finché mi adagiai a terra stremata e in preda alla tosse più convulsa. Distrutta e appagata, li vidi andar via senza riguardo, poi persi i sensi sopra il tappeto sborrato.

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