Sì, mi lavo le mani perché sono sporca. Prima ancora di sporcarmi. Eppure ti piaccio, ipocrita di merda. Sei come mia madre, come tua madre. Abbiamo la stessa madre, ma non siamo fratelli. Sei il mio nemico giurato, con giuramento di sangue.
Guarda, lui.. che cazzo guardi? Inginocchiati, cazzo di cane. Ma perbene, non alla cazzo di cane. Perbene, ti piaceva dire questo con me. O era per bene? Chi se ne fotte, tanto è solo bigotteria per fottere. Adesso però non fotti, cagnaccio. Adesso sbavi da frustrato, altro che frustate.
Mi sistemo non so cosa, in questo specchio al neon color squallore. Stai giù, stronzo. Nel cesso ti dovrei spingere la faccia. E stai giù ho detto, Cristo impestato! - gli do una manata sulla fronte come si respinge un cucciolo molesto - Eccomi, sono pronta, è la pettinatura perfetta da disfare, è il trucco più adatto per colare. E poi le ciglia, le ciglia...
Gli orecchini tintinnavano come le catene di una bicicletta rotta su cui ci si ostini a pedalare. I capelli, ruvidi come crine, frusciavano agguantati da quell'avanzo di lobotomia. Valentino, my sweet Valentino - pensava lei sbrodolandosi le mutande di ironia. Quello scimmione dagli occhi vitrei le bombava la bocca come fosse un buco non senziente, mentre guardava il cornuto.
Intanto il canide ricambiava lo sguardo inginocchiato a distanza, da senzapalle patentato qual era. Gli occhi si fissavano sulle labbra di lei che succhiavano con avidità atavica, ma il resto del volto mimava indignazione. Ma che povero, tenero, bambino viziato! Vorrebbe che una troia sbudellata come quella fosse tutta per lui. Solo per lui, senza cazzo nel cervello! Vincolata soltanto ad uno smidollato che puzzerà per sempre di latte! Lei, quando ci pensava, si staccava dal cazzo venoso e olivastro del bestione, per poi leccarlo di gusto mentre fissava il randagio e sghignazzava. C'era davvero da ridere, presa tra uno tutto maschio ed uno con meno testosterone di una ragazzina!
Ma "Valentino" non la lasciava fare: le riafferrava la testa e la spingeva sul suo cazzo come a rimettere a posto il pezzo di una macchina. Erano un meccanismo perfetto, e lui subito riprendeva a impalarle la gola con dei colpi secchi di bacino. Non esisteva alcun possibile sentimento tra quei due, solo la natura stava facendo il suo porco corso. Eppure che intesa, e quanto godeva a torturare l'altro cretino, a metà infoiato e a metà puritano. Lo uccideva cento volte, pugnalandolo coi suoi occhi estatici o demoniaci, coi suoi gemiti e suoni di soffocamento, con i momenti di spompinamento lento e ostentato della nerchia dell'altro. Ma non bastava: se provava ad avvicinarsi, lo calciava col plateau ed il tacco a spillo. Ed ecco il momento magico: tirava fuori la lingua come una vacca, aspettando la slavina di sborra dalla grassa cappella dell'animale. Sì, sì, pensava mentre il cornutazzo piangeva di cuore come un moccioso. Dio quanto godeva: la bocca inondata di sbobba da manuale che le colava dagli angoli, il coglione umiliato come meritava, e Valentino che le sbatteva la mazza ancora dura e guizzante sulla faccia. Aveva avuto la sua dose, ed ora si guardava allo specchio. Un capolavoro: scarmigliata, col trucco sbavato, le ciglia finte sul punto di cadere, la sborra che le lucidava le labbra infuocate, gli occhi lacrimosi per i troppi soffoconi.
E poi il miracolo: il mazziato si alza e aiuta il primate a sbatterle ancora il cazzo sul viso sbrodolato. Poi, nei dovuti tempi, si impegna a indurirglielo di bocca, perché possa di nuovo strozzare la sua bella a forza di nerchiate. Gliela spinge addosso persino, il porco cane, ci ha preso gusto. Bastardo, ma mai attraente come quelli veri... Sì lo odiava, quanto lo detestava. Ma le era piaciuto vedere come sbocchinava quel toro perché le riempisse ancora la bocca di sbobba densa, bianca, fertile. Perché la marchiasse con il suo afrore di uomo. Quello che lui, da ginoide fregnone, non aveva.
Succhia troia, la incitava senza fascino, coi lucciconi. Ma lei si bagnava, perché amava la sua umiliazione, ed anche lui godeva sul serio, ma non lo avrebbe ammesso mai con lei. E così la farsa cattolica riprese, come ogni mattina, ma con delle fantasie in più...
Guarda, lui.. che cazzo guardi? Inginocchiati, cazzo di cane. Ma perbene, non alla cazzo di cane. Perbene, ti piaceva dire questo con me. O era per bene? Chi se ne fotte, tanto è solo bigotteria per fottere. Adesso però non fotti, cagnaccio. Adesso sbavi da frustrato, altro che frustate.
Mi sistemo non so cosa, in questo specchio al neon color squallore. Stai giù, stronzo. Nel cesso ti dovrei spingere la faccia. E stai giù ho detto, Cristo impestato! - gli do una manata sulla fronte come si respinge un cucciolo molesto - Eccomi, sono pronta, è la pettinatura perfetta da disfare, è il trucco più adatto per colare. E poi le ciglia, le ciglia...
Gli orecchini tintinnavano come le catene di una bicicletta rotta su cui ci si ostini a pedalare. I capelli, ruvidi come crine, frusciavano agguantati da quell'avanzo di lobotomia. Valentino, my sweet Valentino - pensava lei sbrodolandosi le mutande di ironia. Quello scimmione dagli occhi vitrei le bombava la bocca come fosse un buco non senziente, mentre guardava il cornuto.
Intanto il canide ricambiava lo sguardo inginocchiato a distanza, da senzapalle patentato qual era. Gli occhi si fissavano sulle labbra di lei che succhiavano con avidità atavica, ma il resto del volto mimava indignazione. Ma che povero, tenero, bambino viziato! Vorrebbe che una troia sbudellata come quella fosse tutta per lui. Solo per lui, senza cazzo nel cervello! Vincolata soltanto ad uno smidollato che puzzerà per sempre di latte! Lei, quando ci pensava, si staccava dal cazzo venoso e olivastro del bestione, per poi leccarlo di gusto mentre fissava il randagio e sghignazzava. C'era davvero da ridere, presa tra uno tutto maschio ed uno con meno testosterone di una ragazzina!
Ma "Valentino" non la lasciava fare: le riafferrava la testa e la spingeva sul suo cazzo come a rimettere a posto il pezzo di una macchina. Erano un meccanismo perfetto, e lui subito riprendeva a impalarle la gola con dei colpi secchi di bacino. Non esisteva alcun possibile sentimento tra quei due, solo la natura stava facendo il suo porco corso. Eppure che intesa, e quanto godeva a torturare l'altro cretino, a metà infoiato e a metà puritano. Lo uccideva cento volte, pugnalandolo coi suoi occhi estatici o demoniaci, coi suoi gemiti e suoni di soffocamento, con i momenti di spompinamento lento e ostentato della nerchia dell'altro. Ma non bastava: se provava ad avvicinarsi, lo calciava col plateau ed il tacco a spillo. Ed ecco il momento magico: tirava fuori la lingua come una vacca, aspettando la slavina di sborra dalla grassa cappella dell'animale. Sì, sì, pensava mentre il cornutazzo piangeva di cuore come un moccioso. Dio quanto godeva: la bocca inondata di sbobba da manuale che le colava dagli angoli, il coglione umiliato come meritava, e Valentino che le sbatteva la mazza ancora dura e guizzante sulla faccia. Aveva avuto la sua dose, ed ora si guardava allo specchio. Un capolavoro: scarmigliata, col trucco sbavato, le ciglia finte sul punto di cadere, la sborra che le lucidava le labbra infuocate, gli occhi lacrimosi per i troppi soffoconi.
E poi il miracolo: il mazziato si alza e aiuta il primate a sbatterle ancora il cazzo sul viso sbrodolato. Poi, nei dovuti tempi, si impegna a indurirglielo di bocca, perché possa di nuovo strozzare la sua bella a forza di nerchiate. Gliela spinge addosso persino, il porco cane, ci ha preso gusto. Bastardo, ma mai attraente come quelli veri... Sì lo odiava, quanto lo detestava. Ma le era piaciuto vedere come sbocchinava quel toro perché le riempisse ancora la bocca di sbobba densa, bianca, fertile. Perché la marchiasse con il suo afrore di uomo. Quello che lui, da ginoide fregnone, non aveva.
Succhia troia, la incitava senza fascino, coi lucciconi. Ma lei si bagnava, perché amava la sua umiliazione, ed anche lui godeva sul serio, ma non lo avrebbe ammesso mai con lei. E così la farsa cattolica riprese, come ogni mattina, ma con delle fantasie in più...
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